“Il leone, dicono, si riconosce dagli artigli; similmente, chi leggerà il seguito, intuirà dal propileo l’imponenza del palazzo”.
Con queste parole, Procopio di Cesarea, storico bizantino vissuto sotto il regno dell’imperatore Giustiniano, introduce la sua descrizione della Chalké, il celebre portale monumentale che costituiva l’accesso principale al palazzo imperiale di Costantinopoli.
La grandezza e la magnificenza dell’architettura imperiale non erano appannaggio esclusivo della capitale orientale. Dalle fonti storiche sappiamo infatti che anche a Ravenna, antica capitale del Regno dei Goti sotto il governo di Teodorico, esisteva un ingresso monumentale che veniva chiamato Ad Chalchi, richiamando così nel nome l’illustre modello costantinopolitano. Ma che aspetto aveva l’entrata del palazzo di Teodorico, che per circa trent’anni dominò il regno ostrogoto, tra la fine del V e l’inizio del VI secolo?
Una delle testimonianze più preziose a nostra disposizione si trova a Ravenna stessa, all’interno della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, uno degli otto monumenti ravennati riconosciuti patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO. La basilica, voluta dallo stesso re goto come chiesa palatina, conserva ancora oggi nelle sue decorazioni musive una rappresentazione del Palatium, ovvero del palazzo reale. Questo mosaico, che presumibilmente riproduceva le fattezze del palazzo di Teodorico, fu probabilmente ispirato dal fasto architettonico del palazzo imperiale di Costantinopoli. Tuttavia, il mosaico non giunge a noi nella sua forma originaria, poiché fu rimaneggiato nella seconda metà del VI secolo, dopo la riconquista bizantina di Ravenna. In quel periodo, il culto ariano, professato dai Goti e al quale la basilica era inizialmente dedicata, venne messo al bando, e con esso molti elementi di riferimento alla cultura gotica furono eliminati. La Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, come altri edifici sacri, subì un processo di riconversione, e i mosaici che decoravano la navata centrale furono in parte modificati, tra cui quello raffigurante il Palatium.
In origine, tra le colonne del palazzo, erano raffigurate alcune figure, probabilmente statue, che nel mosaico di S. Apollinare Nuovo furono sostituite successivamente da tende. Di queste figure rimangono oggi solo tracce: alcune mani, visibili sulle colonne, che non si accordano con il disegno attuale. Al di sopra delle tende, nelle arcate, si possono inoltre notare delle macchie o aloni che sembrano corrispondere alle corone d’alloro, elementi decorativi che nel mosaico originario pendevano dagli archi e che tuttora si possono osservare ai lati dell’ingresso del palazzo.
Ma l’elemento più interessante si trova al centro della composizione. Qui, tra le tessere dorate della porta, pare emergere una forma misteriosa. È stato ipotizzato che in questo punto fosse originariamente raffigurata una statua equestre di Teodorico, che secondo le fonti decorava l’ingresso del suo palazzo. Si crede che questa statua sia giunta a Ravenna da Costantinopoli, e che successivamente, nell’anno 801, Carlo Magno l’abbia fatta trasferire nella sua residenza ad Aquisgrana. Da quel momento, però, le tracce della statua si perdono e non si ha più alcuna notizia certa del suo destino.
Così, tra frammenti di storia e tessere di mosaico, si ricostruisce il profilo del palazzo di Teodorico, un edificio che, nel nome e nelle fattezze, cercava di richiamare la grandezza della capitale d’Oriente, testimoniando i legami culturali e architettonici che univano Ravenna a Costantinopoli.
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